Per chi lavora

I diritti minimi di chi lavora nell’Unione europea

Le regole europee che valgono come “pavimento” in tutti i paesi UE: orario e riposi, ferie, informazioni scritte sul contratto, periodo di prova, salari minimi, trasparenza sulla retribuzione e parità di trattamento.

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Per chi è

Per chi lavora come dipendente in un paese dell’Unione europea, o sta per farlo, e vuole sapere quali diritti ha ovunque. Non sostituisce le leggi nazionali: ogni paese recepisce le direttive con una propria legge e spesso dà tutele più forti. Se lavori in Italia, leggi anche i diritti di chi lavora in Italia.

In breve

  • Massimo 48 ore medie a settimana (straordinari compresi), 11 ore di riposo al giorno, 24 ore di riposo a settimana e almeno 4 settimane di ferie pagate.
  • Le informazioni essenziali sul lavoro ti vanno date per iscritto: le principali entro 7 giorni di calendario dall’inizio.
  • Il periodo di prova, di regola, non può superare 6 mesi.
  • L’UE non fissa un salario minimo unico europeo: lo decidono i singoli paesi.
  • Con la direttiva sulla trasparenza retributiva hai diritto a conoscere la fascia di stipendio prima dell’assunzione e i livelli medi di retribuzione per genere.

Informazioni generali, non consulenza legale. Le norme cambiano e hanno eccezioni. Verifica sempre il testo ufficiale nelle fonti in fondo e, per il tuo caso, rivolgiti a un sindacato, un patronato, un consulente del lavoro o un avvocato.

Come funzionano le regole UE

Le direttive europee fissano requisiti minimi. Non si applicano quasi mai “da sole” tra te e il datore di lavoro: ogni paese le trasforma in legge nazionale (recepimento). Per far valere un diritto, quindi, guardi di solito la legge del paese in cui lavori. Le direttive restano utili per capire che cosa nessun paese UE può togliere.

Orario di lavoro, riposi e ferie

La direttiva sull’orario di lavoro prevede [1]:

Informazioni scritte, prova e prevedibilità

La direttiva su condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili [2] ti dà questi diritti:

Salari minimi: cosa fa e cosa non fa l’UE

La direttiva sui salari minimi adeguati [3] non crea un salario minimo europeo e non obbliga i paesi che fissano i salari solo con i contratti collettivi a introdurre un minimo per legge (art. 1). Chiede invece di promuovere la contrattazione collettiva: se meno dell’80% dei lavoratori è coperto da contratti collettivi, il paese deve adottare un piano d’azione per aumentarne la copertura (art. 4). I paesi con un salario minimo legale devono avere procedure per fissarlo e aggiornarlo con criteri di adeguatezza.

L’11 novembre 2025 la Corte di giustizia (Grande Sezione), nella causa C-19/23 Danimarca contro Parlamento e Consiglio, ha confermato quasi tutta la direttiva ma ha annullato l’art. 5, paragrafo 2 (l’elenco dei criteri obbligatori per fissare il salario minimo legale: potere d’acquisto, livello e crescita dei salari, produttività), il rinvio a quei criteri nell’art. 5, paragrafo 1, e la frase dell’art. 5, paragrafo 3, che vietava che l’indicizzazione automatica portasse a una riduzione del minimo [4].

Trasparenza retributiva

La direttiva sulla trasparenza retributiva andava recepita entro il 7 giugno 2026 (art. 34) [5]. In Italia è stata recepita con il decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96 [6]. In sintesi:

Parità di trattamento

È vietata la discriminazione per religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale nell’accesso al lavoro e nelle condizioni di lavoro [7], e quella fondata sul sesso, anche nella retribuzione e nei licenziamenti [8].

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